bordolese-it-benrye-bottigliaBen Ryè è ancora il mio preferito

In realtà volevo titolare “Ben Ryè vs. Mondo”, ma mi sembrava troppo.

Il Ben Ryè di Donna Fugata (ma và, ancora Sicilia…) è stato per me un colpo di fulmine. Il primo vino per il quale sono riuscito – al naso e al palato – a riconoscere quello che l’allora insegnante (breve corso di degustazione) diceva di sentire. Fichi secchi, datteri e via dicendo, mi pare, ma soprattutto la scoperta di come, bevuto a temperatura ambiente, un passito potesse sprigionare tutto questo ben di Dio di sapori e profumi.

Come dicevo è stato amore a prima vista. La prima bottiglia di Ben Ryè è stata trattata come un cimelio, un nettare da centellinare a piccole dosi. Una delizia da comunicare e tramandare.

Dal Ben Ryè è nata la mia diversa percezione in merito ai passiti. Diversa in quanto a temperatura, profumi, sapori e scelta di prodotti diversi rispetto ai finti passiti da supermercato. Il passito oggi per me è sacro, e credo sia un prodotto che meriti una spesa superiore alla bottiglia di vino giallo da 7 euro che trovo sullo scaffale del supermercato. Non mi basta più che sia solo dolce, lo pretendo “ricco”.

Ben Ryè mon amour – anche in cucina

Spendo poche righe di articolo per sostenere una tesi dalla quale prima mi sentivo un po’ lontano.

Anche in cucina la qualità del vino è importante. Che sia una riduzione, una sfumatura o altro, un buon vino farà la differenza. Nel momento in cui mi accingo a versare in padella un vino del quale mi ricordo il costo mi costa sempre un po’ di fatica, ma il risultato sarà talmente evidente da far sì che il gioco valga la candela.

Certo, la qualità della materia prima è importante. Se state mettendo a tavola “croccole e salti in padella” (si fa per dire) potete sfumare anche con il Tavernello, ma se ambite ad un piatto superiore, la materia prima deve giocare un ruolo importante.

A tal proposito ricordo con piacere un piatto di cui vado molto fiero.

Tempo fa trovai un baccalà buono e un taglio talmente bello che mi invitò a ragionare sul da farsi. Ne uscì fuori un piatto che mi piacque chiamare “i tre tenori”.

  • Un cubo di baccalà cotto al forno con una panatura di sesamo e poi servito con una glassa di lime.
  • Un cubo più tradizionale cotto al vapore con rami di maggiorana appoggiato su una crema di zucca e pinoli e una marmellata di cipolle.
  • Ma quello che mi ha dato più soddisfazione è stato il cubo cotto in forno, con un top di pistacchi e una glassa di passito.

In questo caso il passito era laziale un “Follia 2009 Tenuta Ronci di Nepi“. Farne una riduzione mi sembrava un sacrificio, poi però ripagato dal risultato. Il “Follia”, confesso, lo comprai da Eataly semplicemente affascinato dal nome.

Sicuramente non al livello del mio amato Ben Ryè, ma da non sottovalutare.