Con i numeri di questa lunga giornata, densa e impegnativa, che ha richiamato a Roma il cuore pulsante del vino italiano, potremmo continuare a lungo:
45.000: i vini degustati dai 70 esperti del Gambero Rosso
22.000: i vini entrati in guida
46: le etichette premiate per la prima volta
84: i tre bicchieri sotto i 15 euro
400: i vitigni autoctoni che ci proponiamo di portare all’estero
10: le volte che si stima valga la cucina italiana rispetto a qualunque cucina straniera
600: i top Italian Restaurant nel mondo
4: i dollari (ahinoi … e mi verrebbe da dire: solo?) di differenza tra una bottiglia francese e una bottiglia italiana
11: firme del giornalismo enologico internazionale per consegnare altrettanti premi speciali

E proprio da una pubblicista d’oltralpe, Makiko Morita, voglio partire, perché il suo incipit riscalda tutta la platea, così, inaspettatamente e all’istante: il vino italiano è più “emotional” degli altri vini del mondo, perché parla di territorio. E la sua testimonianza vale più di tante ed è la quintessenza del “la quantità non conta …”. I giapponesi non possono consumare grandi quantità di vino, ci spiega Makiko, e a noi suona come uno scienziato che descriva il metabolismo degli adolescenti, in quanto non dispongono degli enzimi necessari per digerirlo bene. Motivo più che sufficiente per bere eccellente, dico io! E motivo sufficiente – continua lei – per andare oltre il bicchiere e leggere la storia che c’è dietro!
Le storie … ecco l’altra cosa che porto a casa da questa giornata. Storie di vita, di famiglie, di generazioni. Il padre che ritira il premio insieme al figlio, la madre con la figlia; e idealmente lasciano alle nuove generazioni le chiavi dell’azienda. Il figlio che chiede all’anziano padre di alzarsi in platea per godere del meritato applauso del pubblico. Il nipote che ringrazia lo zio.

Perché … da aziendalista, questo mi viene da pensare, un azienda che produce vino è qualcosa di diverso da un altro tipo di impresa. E’ una storia familiare nella quale non sono ammessi i figli di papà, i Porsche Cayenne e le serate mondane. E’ il tempo che passa mentre la vigna diventa grande insieme a chi la alleva. Vale a dire che la vigna è un altro pezzo di famiglia … E a passare di mano in mano, quando è il momento, non è (tanto o solo) un pacchetto azionario o un patto parasociale, ma un legame affettivo con il territorio; non con un vessillo nazionale, con una regione, una provincia, non con una delimitazione amministrativa, ma con quello spicchio di universo nel quale si susseguono le storie di quella famiglia.

Questo, ritengo, rende unico il nostro universo del vino. Guarda caso, il premio di Viticoltore dell’anno atterra ad Apiro, nelle mani di Leopardo Felici, grazie alle sue due etichette, prodotte sull’appennino marchigiano, ma difronte al mare, che ringrazia il padre di avergli dato questo simpatico nome che già fu del nonno. Fantastica la sua testimonianza, di quando all’estero, assaggiando i suoi vini, ci si domandi come fa un vino bianco ad essere così longevo. Sarà il mare? Saranno i monti? Entrambi penso, più Leopardo con la sua passione, la sua simpatia e, evidentemente, anche le capacità, sue e del babbo.

Non me ne vogliano tutti quelli che non menziono; scrivo per fissare alcune emozioni, del tutto personali, lasciando al Giornalismo Enologico con le maiuscole, la descrizione didascalica e completa di tutto ciò che è accaduto in questa domenica di ottobre. Ed è con emozione quindi che ricordo anche i Produttori di Manduria, che ho avuto la fortuna di conoscere di persona (se cosi di può dire) in un viaggio, pieno di ricordi, di tanti anni fa e che hanno oggi meritato il premio speciale Vitivinicoltura sostenibile. Ricordo che i loro vini mi ispirarono la ricetta del polpo ubriaco di Primitivo… Eh anche io ho la mia storia… Chi poteva immaginare, allora, che il vino si sarebbe fatto largo tra le tante cose che oggi mi impegnano…

Fatto sta che le emozioni continuano anche durante il pomeriggio, nella sala dello Sheraton Hotel in cui mi piove nel bicchiere un’eccellenza dopo l’altra. Un Paese dei balocchi, e per collodiana tradizione, difficile non rimanerne vittime e uscirne frastornati. E ancora una volta perdonatemi … ma evito di assaggiare troppi vini per volta … e ciononostante riesco a malapena a ricordare di aver rimbalzato, tra gli altri, da un Vico Etna Rosso Prephyilloxera ’16 Tenute Bosco, a un Primitivo di Manduria Sessantanni ’16 SanMarzano, da un Brunello di Montalcino ’14 Baricci a un Paleo Rosso ‘16 Le Macchiole, in rigoroso ordine … di apparizione.
Poi la palla è andata in buca … ma ho lottato finchè ho potuto.

Claudia Meo