Barbàr: aggressivo nel nome, ma elegante nell’anima

Di vini ungheresi non conoscevo molto. Furmint in purezza e Tokaji in qualche occasione e nulla più.

Appena mi è arrivata questa bottiglia sono andato a vedere da che zona proveniva. Un passato da pallanotista mi ha portato alcune volte in Ungheria, un paese nel quale questo è lo sport nazionale, e mi era venuta voglia di “associare” questo vino ad una diversa esperienza passata, ma no, nessuna “zona a me nota”.

Quando ho bottiglie da provare, mi piace condividerle, e anche in questo caso l’ho fatto. Ci siamo riuniti in totale sicurezza dal mio amico Giulio Burtone di Conciabocca, a Testaccio e, davanti a un tagliere prima e a una meravigliosa carbonara poi (il “poi” è fondamentale in quanto la carbonara di Giulio prende il sopravvento su tutto…) abbiamo iniziato a stappare.

Ho fatto bere tutti alla cieca ma io, conoscendo con cosa avevo a che fare, mi sono lasciato incuriosire da questo vino, dal produttore, dalla zona, dai vitigni a me poco noti.

Una storia, quella della famiglia Heimann, iniziata una ventina di anni fa – leggo dal loro sito – importando da Bordeaux talee di Cabernet Franc e Merlot. Dedicando poi parte delle loro superfici a Viogner (unico bianco della zona) ma anche a Tannat e Sagrantino, due “campioni del mondo” in quanto a tannicità.

Confesso che pensare al Sagrantino in Ungheria mi destabilizza 🙂 ma… arriviamo quindi al nostro vino, il Barbàr. Un nome che istintivamente mi suonava come dichiarazione di “potenza” e che invece scopro essere stato ispirato da un brano per pianoforte del compositore ungherese Béla Bartók.

Un vino che non viene prodotto tutti gli anni. Un blend di vitigni che mi intriga.
Merlot e Cabernet, quelli originariamente portati dalla Francia. Poi Tannat e Kékfrankos.
I primi due affinati in botti di rovere. Gli altri due a parte, affinati a parte in botti più grandi, destinati a conferire al Barbàr sia il frutto che la potenza.

Del Tannat, detto anche “tannino del diavolo”, immagino la funzione 😊. Del Kékfrankos invece non conosco molto. Documentandomi scopro che è uno dei vitigni più diffusi dell’Europa centrale. Un vitigno che gli ungheresi chiamano Kéfrankos, ma che gli austriaci, reclamandone l’origine, chiamano Blaufränkisch. Curioso il fatto che il “Blau” sembri derivare dal colore delle divise di Napoleone… comunque un vitigno che conferisce al vino frutto e acidità, spesso utilizzato insieme ad altri vitigni ma recentemente anche in purezza.

Ma come è questo Barbàr? Sicuramente un vino capace di affascinare.
Non a caso è un vino che al recente Concours Mondial de Bruxelles ha ottenuto una delle ambite medaglie d’oro.

Un vino di un rosso rubino molto profondo… ma mi piace condividere i giudizio con i miei , più che sommelier, “amici di bevuta”.

Barbara Nocco trova spiccati sentori di tabacco, cuoio, cioccolato e tanti frutti rossi maturi con finale vanigliato. Un vino caldo in bocca, avvolgente, di corpo. Un tannino vellutato. Un finale lungo e “ruffiano” (nel senso bello del termine)

Claudia Meo mi fa notare che il naso è segnato da frutti di bosco scuri e da note terrose di muschio, foglie e sottobosco, così come che in bocca i frutti di bosco sprigionano tutta la loro vivacità.  Lo definisce un vino potente, elegante e coinvolgente, vellutato, che non perde la sua succosità. E definisce come “levigati” i suoi tannini.

Matteo Gerardi è colpito da un olfatto molto piacevole, da sentori di Prugna, profumi di menta ed eucalipto, note di liquirizia e china, sbuffi di vaniglia. Definisce il sorso morbido e caldo, con tannini setosi e una persistenza molto lunga.

Io penso che Barbàr sia un vino sorprendente. Molto complesso ed elegante. Morbido, con un legno molto dosato e per nulla invadente, quanto basta per lasciare al vino una elegante speziatura di fondo. Un ingresso in bocca molto piacevole per nulla condizionato da un tannino che mi aspettavo più grintoso (vuoi per il condizionamento dato dalla presenza del Tannat) ma che invece aggiunge al vino una sorprendente classe.

A fine bicchiere, tutti mi chiedono “ma dove possiamo trovarlo, questo vino”?
Non saprei. Il vino non lo vendo, lo bevo 🙂
Ma una cosa è certa: la medaglia è stata più che meritata 😊

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Maurizio Gabriele

Maurizio Gabriele

Fondamentalmente un curioso. Programmatore e sistemista pentito, decide di virare in modo netto verso il mondo della comunicazione, caratterizzato da progetti decisamente più stimolanti. Attratto dalla cucina sia come forma di espressione che di nutrimento e, inevitabilmente, dal vino. Sommelier dal 2018. In giurie internazionali dal 2020. Writer per passione. Entusiasta per scelta di vita.

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