Che le cantine sociali siano sinonimo di vino di quantità (e, di conseguenza, non di qualità) e’ un giudizio semplicistico dal quale vorrei prendere distanza. Al contrario, personalmente anche in Italia mi è capitato di conoscere realtà associative di tutto rispetto. E per quanto riguarda il vino d’oltralpe, questo viaggio a Chablis e’ stato illuminante.

Nel cuore della Francia, in quella che viene definita la porta della Borgogna, il territorio di Chablis si articola in 4 appellation, Petit Chablis, Chablis, Chablis Premier Cru e Chablis Grand Cru.

La Chablisienne, “cave cooperative” dal 1923, rappresenta 250 produttori e propone vini di ottimo livello.

Dal Pas si petit, petit, appunto, ma per modo di dire, passando per lo Chablis Les Venerables, allo Chablis Premier Cru Le Clos (il mio preferito), la Chablisienne ci ha regalato un crescendo di mineralita’, complessità ed eleganza, oltre alla grande disponibilità ed empatia del personale deputato all’accoglienza.

Proprio da qui e’ iniziato il nostro itinerario, che ci ha poi portato, in pieno tempo di vendemmia, a conoscere, tra le altre, cantine del calibro di Louis Moreau e di William Fevre, facendo conoscenza con Vaucoupin, Montmains, Vaillons ed altri, tra i Premier Cru, e con Le Clos, Valmur, Vaudesir, Grenouilles, Blanchot, Le Preuses e Bougros, i 7 climat che compongono la AOC CHABLIS GRAND CRU.

Al di là dei nomi, dei luoghi, dei profumi e dei sapori, porto a casa alcuni concetti che spero e penso che il tempo non appannerà.

Intanto il terroir, o meglio, quella componente del terroir che si riferisce alla composizione del suolo. Non me ne vogliate se sento il bisogno di precisarlo … terroir non vuol dire unicamente terreno, ma, oltre a ciò, vuol dire clima, altitudine, umidità, ventilazione, mano dell’uomo, insomma tutto ciò che rende quel territorio unico al mondo.

Ma torniamo a noi. Dopo anni in cui sento parlare di kimmeridge… parola evocativa e suggestiva che ogni sommelier aspetta di poter sfoggiare in contesti qualificati, capisco che, in epoca giurassica, questa parte del nostro continente era sommersa dal mare, che ha lasciato nel suolo chiare impronte oggi perfettamente visibili

Non ci stupiamo quindi se lo Chablis parla forte e chiaro la lingua della mineralita’. Lo chiamano lo Chardonnay dei paesi freddi e scusate, ma questa definizione mi piace assai … e mi aiuta tra l’altro a fissare un altro concetto.La forma e la struttura del grappolo non mentono: lo Chardonnay di Chablis è solo un lontano parente dello Chardonnay che alloggia, per esempio, nella nostra Sicilia …

Molto piccolo il grappolo, compatto con chicchi difficili da staccare! Poi capisco il perché: qui fa spesso freddo, non c è tempo, non c’è modo, non c è clima per far crescere chicchi e grappoli sontuosi come siamo abituati a vederli da noi.

Non è un caso, quindi, se il maggior pericolo per lo Chablis sono le gelate tardive, contro le quali in primavera si accendono addirittura, nei casi estremi, falò nelle vigne!

Oltre alla mineralità’ spicca l’acidità, forte, netta, un segno distintivo: più citrina nella maggior parte dei Petit chiablis che ho assaggiato, con quel ricordo inconfondibile di mela verde; più moderata, passando dagli Chablis, in un crescendo di eleganza e complessità, ai Premier Cru e ai Grand Cru.

Di emozione in emozione, lo ammetto, a pensarci bene, ricorderò – senza fare nomi – anche lui, fazzoletto al collo, occhi di ghiaccio, sguardo magnetico, grande carisma, chablisien memorabile che con un sorriso disarmante, alla richiesta di degustare i suoi vini, mi ha rivolto un … “Desolee… je suis en pleine vendange...”. E forse questo francese devo approfondirlo un po’ … ma, almeno per stavolta, me la sono cavata alla grande con un improvvisato … “bon travail”!

Claudia Meo