Nel nostro quodidiano, o meglio nel Vostro quotidiano (io ho cambiato percezione), il Marsala è considerato un prodotto da scaffale, buono per sfumarci le scaloppine.

Chi non ricorda il “Marsala all’uovo“?
La classica bottiglia da supermercato che da bambino stazionava nello scaffale dei liquori per anni e anni senza che nessuno lo toccasse o sapesse cosa farne.

Questo è almeno quello che accadeva a casa mia.

Anche in tempi recenti, per quanto mi riguarda, il Marsala non lo associavo a nulla di pregiato o interessante.

Poi due fatti sconvolgono la mia vita (vabbè, ho esagerato…).

Scopro che il Marsala ha una storia molto antica: risale al 1700 circa, periodo nel quale un commerciante inglese si rese conto, casualmente, di poter ottenere in Sicilia un prodotto alternativo al Madera e al Porto. Per anni il Marsala è stato “gestito” dagli inglesi, poi ci ha pensato Vincenzo Florio ad iniziare una produzione italiana per fare concorrenza agli inglesi.

Il marsala è un vino fortificato, con molta storia e fasi alterne.
Un vino intenso nel quale ritrovare molta Sicilia, tutta insieme, tutta in un sorso e con sensazioni veramente intense
Un vino che consiglio di provare non coni il “solito biscottino” a fine pasto ma piuttosto con abbinamenti anche un pò più coraggioso come ad esempio con un formaggio stagionato o erborinato.

Il secondo fatto è stato l’assaggio.

Ho avuto l’onore di provare un Marsala, sia secco che dolce, 1980, di Vincenzo Intorcia, e devo dire che da quel momento il mio “amato” Sauternes ha cominciato ad avere un avversario degno di tale nome.

Se vi dovesse capitare, anzi, fate in modo che vi capiti, provate un Marsala, ma di quelli buoni, e cancellerete in un colpo solo tutti i preconcetti legati al famigerato “Marsala all’Uovo“.