Roma ti sorprende sempre, anche quando non è protagonista! Ci vivi per 50 anni (uno meno, uno più …) e non immagineresti mai che, tra i palazzi del centro, così all’improvviso, possa apparirti un angolo maestoso come il Ninfeo di Palazzo Borghese. Tant’è che, incredula, ci passi attraverso e ancora un po’ frastornata entri nella Galleria del Cembalo, prestigiosa location dove la Maremma, anzi, la MareMMMa ha oggi tenuto banco, con la presenza di tre importanti realtà associative che, a dispetto di ogni pregiudizio sul campanilismo dei Toscani, hanno capito che fare squadra è meglio, soprattutto quando a doversi affermare è un concetto nient’affatto scontato: Toscana, trascurando i comparativi e senza nulla togliere ai superlativi, non è solo Chianti, Montalcino e Bolgheri. 52 le aziende impegnate in questa impresa che, a posteriori, si rivela riuscita.
Appunto 3 sono le M oggi presenti (il Consorzio Tutela Vini della Maremma, il Consorzio Tutela Morellino di Scansano, il Consorzio Tutela Montecucco), per presentarci un territorio che da un lato fornisce conferme, dall’altro presenta parecchie sorprese, infine lascia immaginare importanti prospettive di crescita.

Ben strutturata la Master Class riservata alla stampa, una carrellata tra 12 etichette rosse dei tre consorzi, tra i quali, come di consueto, ricorderò qualche particolare che mi ha colpito.
Raramente mi è capitato di trovare in un vino un profumo così chiaro, forte, inconfondibile, pieno, come il sentore di ruta che oggi mi ha colpito i turbinati e risvegliato la memoria di medio termine. Chiaro come fosse successo ieri, risalgo dal mare, località Le scorpacciate, in pieno promontorio dell’Argentario, e vedo una pianta che mi ricorda qualcosa, avvicino il naso e non c’è dubbio! La ruta non la puoi confondere con nient’altro. Sarà un caso se a riportarmi su quella scarpata oggi è un vino prodotto, a dire tanto, ad una quindicina di km di distanza, proprio lì, vicino al mare? L’etichetta recita: Il Cucchetto, Fattoria il Casalone, e apprendo che sto bevendo un bordolese di casa nostra, fatto per l’85% da Cabernet Sauvignon e per il 15% da Petit Verdot; per me, un notevole esempio di vino costiero italiano, se così si può dire.

In linea d’aria non lontano, dall’altra parte del promontorio, appena nell’entroterra di Talamone, è un’altra azienda e un’altra bottiglia a catturare la mia curiosità. Ora parliamo di Morellino di Scansano, Sangiovese al 90%, figlio di una azienda che fa del bio in ogni passo della filiera il proprio vanto e la propria ragione d’essere. Il Morellino La Selva, a quanto ci raccontano, affina sotto terra e questo 2018, con la sua immediatezza e forza, rende omaggio ai suoi 14° e mi convince.
Montecucco, poi, mi intriga, con i suoi vigneti alle pendici del Monte Amiata, tra i 300 e 550 metri di altezza, con Montalcino a ore 13, straordinariamente vicino, e il mare a est ad una trentina di km in linea d’aria. S’immagina una escursione termica pazzesca, e ce lo conferma questo Parmoleto, Montecucco Sangiovese Docg Riserva 2015, che “ha un naso” interessante, come si conviene a tutti ai buoni vini di quota, e “una bocca” che sa di liquirizia; incredibile che, con i suoi 24 mesi di barrique, e la sua indiscutibile forza, riesca a dare questo effetto finale di freschezza … mi viene da dire, in modo atecnico, ma i guru non ascoltano, … dissetante… già, proprio così ho appuntato tra le mie note…

Da riprovarli tutti, questi e gli altri, possibilmente con una visita in Maremma, anche per provare i Vermentini che, a quanto i protagonisti della giornata ci raccontano, rappresenta la sfida per l’immediato futuro.
Claudia Meo