Anfora. Pare che adesso vada di moda. In Italia, fino a un pò di tempo fa, dire “anfora” equivaleva a dire “Gravner”. E’ stato infatti Josko Gravner il primo (spero di non sbagliare) a riprendere questa antica pratica e a proporre i suoi vini in anfora.

Confesso di non essere un amante dei vini di Gravner. Ho avuto modo di provare e riprovare la sua Ribolla Gialla, dovendo prendere atto di dovermi schierare tra quelli che non amano quel tipo di ossidazione.

Però non mi arrendo. Se anfora = ossidazione, per quale motivo si vedono sempre più anfore nelle nostre cantine? Solo perché “fa Figo“, perché il “fare legno” va sempre meno di moda o ci sarà anche qualche altro motivo?
L’unico modo per capirlo era quello di partire dalle origini.

Mi capita l’occasione venerdì 21. Siamo a Velletri al “Festival della cultura del Vino“, ospiti di quella semplice quanto sorprendente location che è la (Regia) Cantina Sperimentale di Velletri. Base del Crea e luogo di ricerca per le produzioni enologiche nonché sede di un vigneto sperimentale. Insomma un posto da visitare….

La giornata inaugurale prevede una degustazione guidata dei vini georgiani, e io non posso, a questo punto, mancare.

Ne è valsa la pena. E’ stato interessante sapere che i georgiani hanno 525 vitigni autoctoni, così come che fanno vino dal 6.100 AC .e che in anfora ci mettono tutto, incluse bucce e raspi. Si, i raspi, e lasciano tutto in macerazione (di fatto una vinificazione in rosso).

Poi man mano che le vinacce si depositano, il vino viene travasato più volte in altre anfore. Quindi di fatto l’anfora viene usata sia per la fermentazione che per l’affinamento.

Interessante poi sapere che le vinacce rimaste sul fondo vengono usate per una loro grappa, ma soprattutto è singolare il fatto che vengono raccolte “dal di dentro”, con una persona che entra fisicamente all’interno dell’anfora….

Passiamo al vino.
Che dire, ho provato una sensazione diversa, un pò come quella provata bevendo alcuni vini naturali. Una sensazione che ti comunica subito la necessità di dover abbandonare i soliti paramenti di valutazione. Un vino diverso, tendente all’ambrato ma non per questo ossidato. Di colore intenso e consistente ma delicato. Con la camomilla che ti spiazza appena arriva al naso. Tutti vini con una buona acidità. Tutti vini tendenzialmente (per me) delicati. Piacevoli e tanto, ma tanto diversi.

Talmente diversi da poter valutare il tannino di uno dei bianchi in degustazione (ricordate i raspi lasciati in macerazione?).

H, dimenticavo. Avete mai visto l’alfabeto giorgiano?
Ecco, provate a fare una ricerca e capirete per quale motivo non cito i vitigni né le zone di produzione.

Siamo poi passati a tre rossi. Colore rubino intenso. Tannini gradevoli anche se non propriamente raffinati. Comunque, tante erbe officinali nel naso e nella bocca, esattamente come per i vini bianchi.

Interessante questa degustazione, ma alla fine?

Beh, una cosa è certa: l’anfora non è solo quella di Gravner.
Mi pare di capire che è una soluzione alternativa alla barrique per non passare al vino i sentori del legno.

Nei vini georgiani ho trovato “erbe”, le stesse che ho avuto modo di sentire nel Trebbiano Verde passato in anfora di Cantina Imperatori. Un vino che Angelo Giovannini mi ha annunciato con sentori di balsamico che io ho poi trovato nel naso e nel vino.

Insomma si, c’è anfora e anfora.
La mia personale opinione è che tra biologico, biodinamico, anfore, pratiche più artigianali e… “il vino buono si fa in vigna” ci sia un ritorno al rispetto per la terra. Un rispetto che farà bene alla terra, al vino e, ma si, diciamocelo, al marketing 🙂

E per quanto riguarda l’anfora?
Direi “avanti il prossimo!“.
Quando domina la curiosità io difficilmente mi fermo alle prime impressioni…